Il capitalismo moderato é finito

Checked on January 5, 2026
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Executive summary

La forma di «capitalismo moderato» che dominò il secondo dopoguerra — mercato regolato, welfare state, alta crescita — è in larga misura erosa: politiche neoliberiste, finanziarizzazione e globalizzazione hanno rimodellato il sistema e reso la versione moderata sempre meno prevalente [1] [2]. Tuttavia, dalle fonti disponibili non emerge una «fine» netta del capitalismo in assoluto; piuttosto esistono più percorsi possibili: riformismo, rottura verso modelli post‑capitalisti o adattamenti tecnologici che consolidano forme più estreme del sistema [3] [4] [5].

1. Il quadro storico: quando il capitalismo fu «moderato» e perché è cambiato

Il cosiddetto capitalismo moderato si radicò nel secondo dopoguerra grazie a Stati sociali che intervenivano per mitigare disuguaglianze e sostenere la domanda, ma dal 1970 in poi l’ondata neoliberista e la finanziarizzazione hanno smantellato molte di quelle reti e trasformato il rapporto tra imprese, Stato e cittadini [1] [6]. Questa evoluzione è riconosciuta sia da analisti che da critici: il consenso post‑war ha lasciato il posto a un «turbocapitalismo» orientato al profitto finanziario, alla concorrenza globale e alla massimizzazione del capitale [1] [7].

2. Il clima e la fine del «compromesso di crescita»: la critica ecologica

Per alcuni osservatori il nodo decisivo non è politico ma materiale: il capitalismo moderno si regge sulla crescita infinita in un pianeta finito, e questo rende incompatibile il modello con la transizione ecologica se questa non comporta una profonda ristrutturazione produttiva — posizione espressa in modo netto da Ulrike Herrmann e da parte della letteratura sulla «decrescita» [3]. Da qui la tesi che la moderazione — intesa come crescita con stato sociale — sia impossibile senza ripensare consumo e produzione su basi circolari [3] [8].

3. I sostenitori dell’adattamento: il «capitalismo che si salva»

Non tutti concordano sulla dissoluzione definitiva del capitalismo moderato: esiste una corrente che sostiene che il sistema può essere riparato o «modernizzato» attraverso regolazioni, investimenti verdi e misure redistributive senza abbandonare l’economia di mercato; esempi di questo ottimismo pragmatico emergono nella discussione pubblica su energie rinnovabili e miglioramenti statistici di alcune metriche di benessere citati da ricercatori come Hannah Ritchie [9]. Questa linea vede più una trasformazione che una fine, e propone strumenti politici per recuperare elementi di moderazione [9] [2].

4. Immaginare l’uscita: visioni radicali e scenari di collasso

Dalla sinistra radicale ai saggi distopici, molte analisi immaginano la fine del capitalismo o la sua sostituzione: rivendicazioni che vanno dalla pianificazione ecologica alla proprietà collettiva e a scenari di collasso graduale entro decenni [4] [10]. Al contempo la narrativa culturale — citando Mark Fisher e altri — sottolinea come sia spesso più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, suggerendo che la potenza adattiva del sistema rende la sua scomparsa improbabile senza forti shock esterni [11] [12].

5. Conclusione: il capitalismo moderato è finito?

Le fonti concordano nel dire che il modello di capitalismo moderato è largamente svanito come paradigma dominante: le sue istituzioni e pratiche sono state erose e spesso rimpiazzate da forme più finanziarizzate e diseguali [1] [6]. Tuttavia non c’è evidenza unanime di una «fine» totale del capitalismo stesso; piuttosto si osservano tensioni tra tentativi di riforma, spinte radicali verso alternative, e forze che consolidano un capitalismo più estremo o tecnocratico — per cui la domanda va riformulata: il capitalismo moderato è sostanzialmente superato, ma il sistema su scala ampia rimane vivo e contendibile [3] [7] [4]. Le scelte politiche e climatiche prossime decideranno se ricostruire una versione moderata o accelerare verso trasformazioni più radicali, ed è questa incertezza che definisce il presente più di una conclusione definitiva.

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