In caso di guerra mondiale, quali sarebbero i paesi piú sicuri in cui vivere?

Checked on January 6, 2026
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Executive summary

In caso di guerra mondiale, i paesi che ricorrono più spesso nelle analisi giornalistiche e negli studi come "più sicuri" combinano isolamento geografico, neutralità politica e autosufficienza alimentare: esempi ricorrenti sono Bhutan, Costa Rica, Islanda, Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Fiji e alcune isole del Pacifico come Tuvalu [1] [2] [3] [4] [5]. Queste valutazioni si basano su criteri pratici — distanza dai teatri di guerra, bassa densità di popolazione, poche infrastrutture militari strategiche e risorse naturali — ma non garantiscono sicurezza assoluta né tengono conto di scenari complessi come fallout atmosferico globale o guerre economiche [6] [7].

1. I criteri che ripetono gli articoli: isolamento, neutralità e autosufficienza

Le liste diffuse dai media privilegiano paesi lontani dalle grandi vie di comunicazione militari, politicamente neutri e in grado di produrre cibo e acqua: l’isolamento geografico riduce la probabilità di essere obiettivi strategici, la neutralità diminuisce il rischio di alleanze ostili, e le risorse naturali aiutano nella resilienza post-conflitto, secondo sintesi pubblicate su più siti che citano anche studi scientifici [1] [2] [7] [6].

2. Piccoli Stati montani e rifugi naturali: Bhutan e Svizzera

Il Bhutan viene frequentemente segnalato per la sua neutralità, la posizione montuosa e l’assenza di sbocchi sul mare che lo renderebbero meno appetibile come bersaglio strategico, mentre la Svizzera viene ricordata per tradizione di neutralità e infrastrutture come i rifugi sotterranei — entrambi compaiono in elenchi giornalistici come possibili rifugi [1] [8] [9].

3. Isole remote e lontane dalle potenze: Nuova Zelanda, Islanda, Fiji, Tuvalu

Paesi insulari come Nuova Zelanda e Islanda sono citati per la loro posizione remota e per i buoni punteggi nei ranking di pace; isole del Pacifico quali Fiji o microstati come Tuvalu e altre destinazioni oceaniche appaiono nelle liste perché con popolazioni ridotte e scarsità di infrastrutture militari strategiche, elementi che le rendono improbabili obiettivi diretti [3] [4] [5].

4. Sud America come opzione di resilienza alimentare: Cile e Argentina

Più analisi sottolineano la capacità di paesi come Cile e Argentina di resistere a shock alimentari grazie a varietà di colture e risorse naturali; alcuni articoli le citano come scenari ragionevoli per sopravvivere a una prolungata carestia post-conflitto [1] [4] [6] [9].

5. Paesi "neutrali" senza esercito: il caso Costa Rica

Il Costa Rica è frequentemente richiamato dagli articoli per la sua scelta storica di non avere un esercito e per risultare lontano dai principali teatri geopolitici, qualità che più fonti descrivono come vantaggio in uno scenario globale di conflitto [2].

6. Cosa non dicono le classifiche: limiti e scenari mancanti

Le liste mediatiche sintetizzano vantaggi geografici e politici ma raramente quantificano rischi reali come la dispersione di radionuclidi via vento, il collasso economico globale, le migrazioni di massa o la dipendenza da supply chain estere; studi citati dagli stessi media (ad esempio Nature Communications) danno indicazioni ma non predicono certezze, e mappe di rischio come quella di International SOS mostrano invece come molte aree rimangano vulnerabili per motivi sanitari e di sicurezza [6] [10] [7].

7. Agende dei media e messaggi pratici per i lettori

Gran parte delle ricapitolazioni online deriva da attenzione editoriale al sensazionalismo e dalla semplicità narrativa (“dove scappare”): questo può sottolineare paesi attraenti per il traffico web più che offrire analisi strategiche complete; fonti analitiche e rapporti di rischio (citati nei pezzi) rimangono essenziali per valutazioni realistiche [4] [6] [10].

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